martedì 21 novembre 2017

(Lc 19,11-28) Perché non hai consegnato il mio denaro a una banca?

VANGELO
(Lc 19,11-28) Perché non hai consegnato il mio denaro a una banca?
+ Dal Vangelo secondo Luca
In quel tempo, Gesù disse una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro. Disse dunque: «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”. Ma i suoi cittadini lo odiavano e mandarono dietro di lui una delegazione a dire: “Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi”. Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò e fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato. Si presentò il primo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate dieci”. Gli disse: “Bene, servo buono! Poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città”. Poi si presentò il secondo e disse: “Signore, la tua moneta d’oro ne ha fruttate cinque”. Anche a questo disse: “Tu pure sarai a capo di cinque città”. Venne poi anche un altro e disse: “Signore, ecco la tua moneta d’oro, che ho tenuto nascosta in un fazzoletto; avevo paura di te, che sei un uomo severo: prendi quello che non hai messo in deposito e mieti quello che non hai seminato”. Gli rispose: “Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l’avrei riscosso con gli interessi”. Disse poi ai presenti: “Toglietegli la moneta d’oro e datela a colui che ne ha dieci”. Gli risposero: “Signore, ne ha già dieci!”. “Io vi dico: A chi ha, sarà dato; invece a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha. E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me”».
Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme.
Parola del Signore.





LA MIA RIFLESSIONE
PREGHIERA
Vieni o Spirito di Dio e illumina la mia mente, metti la tua sapienza al mio servizio, perché io possa servirti.
Prima di tutto, dobbiamo considerare che i talenti che il Signore ci mette a disposizione, a volte non sono così chiari neanche a noi stessi, infatti, spesso facciamo della nostra vita un groviglio di cose senza senso, commettendo errori che ci portano a perdere gran parte del nostro tempo a rimpiangere quello che abbiamo perduto ed a commiserarci o arrabbiarci per quello che non abbiamo. Cominciamo a capire qualcosa sempre troppo tardi, e ad apprezzarci per quello che siamo, solo se ci guardiamo con gli occhi di chi ci apprezza per le nostre doti, ma spesso sono falsi apprezzamenti, rispetto a false doti. Quello che invece in questa parabola si vuole rilevare, è l’aspetto cristiano della cosa, quello che ci fa considerare, anche con nostro estremo disappunto, che noi non siamo niente e non abbiamo niente senza il nostro Dio.
Diamo per scontato che quello che abbiamo è nostro, che ci appartiene, ma non è vero, è tutto dono di Dio, perché la vita stessa è dono. Nella parabola dopo aver distribuito i doni, il nobile parte e lascia i suoi servi da soli per tornare ad esprimere il suo giudizio.
Ci chiediamo perché ad ognuno doni diversi; perché a chi più e a chi meno, ma nessuno di noi fa quella che è l’unica cosa giusta da fare: guardare al nostro dono. Vedere di far crescere quel seme che il Signore ha messo nel nostro cuore, semplicemente cercando di svilupparlo così come facciamo con tutti i nostri sensi, con tutta la nostra persona.
Impariamo ad usare la parola, ma non tutto quello che diciamo è uguale, e nessuno se ne meraviglia. Abbiamo la vista e sappiamo grazie a questa leggere, ma non tutti sappiamo leggere nello stesso modo.
Pochi giorni fa leggevo la storia di un grande attore che fu chiamato a leggere una pagina del vangelo e la lesse in modo perfetto, fermandosi nei punti giusti, con la giusta intonazione, ma quando toccò al piccolo prete di campagna, alla gente che ascoltava, quella pagina non riempì solo le orecchie, ma il cuore e i sentimenti vibrarono come corde di violino….
Il piccolo seme di figlio di Dio cresce in noi, cerchiamo di non farlo avvizzire, di non farlo soffocare dalla gramigna, cerchiamo di mettere tutto nelle mani di Dio, cominciando dalla nostra vita, saprà lui come farla fruttare.
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COMMENTO DI:
P. Pere SUÑER i Puig SJ
(Barcelona, Spagna)
Oggi, il Vangelo ci propone la parabola delle mine: una quantità di denaro che quel nobile distribuì tra i suoi servi, prima di partire per un paese lontano. Anzitutto consideriamo l’occasione che provoca la parabola di Gesù. Egli andava “salendo” a Gerusalemme, dove lo aspettavano la Passione e la Risurrezione. I discepoli «Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, disse ancora una parabola, perché era vicino a Gerusalemme ed essi pensavano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all’altro» (Lc 19,11). Ed è in queste circonstanze quando Gesù propone questa parabola. Con essa, Gesù ci insegna che dobbiamo far fruttificare i doni e le qualità che Egli ci ha dato. Non sono “nostri” quindi non possiamo fare tutto ciò che vogliamo. Egli ce li ha lasciati per farli fruttificare. Quelli che hanno fatto fruttare le mine —più o meno— sono lodati e premiati per il suo Signore. É il servo pigro, che mise i soldi da parte in un fazzoletto senza farlo rendere, è colui che è rimproverato e condannato:
Il Cristiano, dunque deve aspettare —È chiaro!— il ritorno del suo Signore, Gesù. Però con due condizioni, se si vuole che l’incontro sia amichevole, la prima è allontanare la curiosità malsana di voler sapere l’ora del solenne e vittorioso ritorno del Signore. Verrà, disse in un altro momento, quando meno lo pensiamo. Via per tanto le speculazioni su questo! Aspettiamo con speranza, però in un’attesa fiduciosa senza curiosità malsana. La seconda è di non perdere il tempo. L’attesa dell’incontro e della fine gioiosa non può essere una scusa per non prenderci sul serio il presente. Precisamente, perché la gioia e il piacere dell’incontro finale sarà tanto migliore quanto maggiore sia l’ apporto che ognuno abbia messo per la causa del regno nella vita presente.
Non manca, neanche qui, la grave avvertenza di Gesù a quelli che si ribellano contro di Lui: «E quei miei nemici, che non volevano che io diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me» (Lc 19,27).

9 commenti:

  1. VERSIONE IN INGLESE DI MERCOLEDì 22 NOVEMBRE 2017
    Liturgic day: Wednesday 33rd in Ordinary Time
    Gospel text (Lc 19,11-28): Jesus was now near Jerusalem and the people with him thought that God's reign was about to appear. So as they were listening to him, Jesus went on to tell them a parable. He said, «A man of noble birth went to a distant place to have himself appointed king of his own people, after which he would return. Before he left, he summoned ten of his servants and gave them ten pounds. He said: ‘Put this money to work until I get back’. But his compatriots who disliked him sent a delegation after him with this message: ‘We do not want this man to be our king’.
    He returned, however, appointed as king. At once he sent for the servants to whom he had given the money, to find out what profit each had made. The first came in and reported: ‘Sir, your pound has earned ten more’. The master replied: ‘Well done, my good servant. Since you have proved yourself capable in a small matter, I can trust you to take charge of ten cities’. The second reported: ‘Sir, your pound earned five more pounds’. The master replied: ‘Right, take charge of five cities’. The third came in and said: ‘Sir, here is your money which I hid for safekeeping. I was afraid of you for you are an exacting person; you take up what you did not lay down and reap what you did not sow’. The master replied: ‘You worthless servant, I will judge you by your own words. So you knew I was an exacting person, taking up what I did not lay down and reaping what I did not sow! Why, then, did you not put my money on loan so that when I got back I could have collected it with interest?’.
    Then the master said to those standing by: ‘Take from him that pound, and give it to the one with ten pounds’. They objected: ‘But, sir, he already has ten!’. ‘I tell you: everyone who has will be given more; but from those who have nothing, even what they have will be taken away. As for my enemies who did not want me to be king, bring them in and execute them right here in my presence’».
    So Jesus spoke, and he went on ahead of them, on his way to Jerusalem.

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    1. MY REFLECTION
      PRAYER
      Come O Spirit of God and enlighten my mind, put your knowledge to serve me, that I may serve you.
      First of all, we have to consider who the talents that the Lord offers us, sometimes are not so clear even to ourselves, in fact, we often make of our lives a tangle of nonsense, making mistakes that lead us to lose much of our time to regret what we have lost, and in pitying or angry for what we have. We begin to understand something always too late, and to appreciate us for who we are, if we look through the eyes of those who appreciate us for our skills, but often are false appreciation, compared to false gifts. What we do in this parable is to be detected, it is the Christian aspect of the thing, what makes us think, even with our extreme disappointment that we are nothing and we have nothing without our God.
      We assume that what we have is ours, that belongs to us, but it is not true, it is all a gift of God, because life itself is a gift. In the parable after having distributed the gifts, the noble part and leaves his servants to return alone to express his opinion.
      We wonder why gifts to each other, because at some more and some less, but none of us is the one that is the only right thing to do to look at our gift. Refer to grow the seed which the Lord has placed in our hearts, simply trying to develop it as we do with all our senses, with our whole person.
      We learn to use the word, but not everything we say is the same, and no one wonder. We know this because of the view and read this, but not everyone knows how to read the same way.
      A few days ago I read a story about a great actor who was called to read a page of the Gospel and read it in a perfect way, pausing in the right places with the right intonation, but when he touched the small country priest, the people who listened, that page not only filled the ears, but the heart and feelings vibrated like the strings of a violin ....
      The small seed of a child of God grows in us, we try not to wither, not to smother the weeds, let's put it all in God's hands, starting with our lives, he will know how to make it bear fruit.

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    2. COMMENT OFF:
      Fr. Pere SUÑER i Puig SJ
      (Barcelona, Spain)
      Today, the Gospel proposes us the parable of the pounds: an amount of money that a noble man gives out to his servants, before leaving for a far country. First, let us pay attention to the occasion provoking Jesus' parable. He was “getting near” Jerusalem, where He was to face his Passion and his subsequent resurrection. The disciples «with him thought that God's reign was about to appear» (Lk 19:11). Under these circumstances Jesus proposes this parable. With it, Jesus teaches us that we have to put the gifts and qualities He has given each one of us, to work. They are not “ours” for us to do whatever we want with them. He has given them to us in trust so that we can yield a return. Those who had yielded a profit from the pounds were —more or less— praised and rewarded by their Lord. It was for the loafer servant, who kept the moneys in safekeeping without getting any pay-off, to get the blame and be punished.

      We, Christians, must —naturally!— wait for our Lord Jesus' return. But, if we want the meeting to be friendly, we must meet both of the following two conditions. The first one is for us to avoid any unhealthy curiosity to know the timing of the Lord's solemn and victorious return. He will come, He says somewhere else, when we least expect it. So, quit worrying over that. Let us wait with hope, but with a hope without any unhealthy curiousness. The second condition is that we waste no time. Waiting for this meeting and joyous final cannot be taken as a reason not to seriously look at the present moment. Because the joy and enjoyment of the final gathering will precisely be the better depending upon each one's contribution, in our present life, to the cause of the Kingdom of God.
      And we shall not miss here either Jesus' grave warning to those rebelling against him: «As for my enemies who did not want me to be king, bring them in and execute them right here in my presence» (Lk 19:27).

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  2. VERSIONE IN SPAGNOLO DI MERCOLEDì 22 NOVEMBRE 2017
    Día litúrgico: Miércoles XXXIII del tiempo ordinario
    Texto del Evangelio (Lc 19,11-28):
    En aquel tiempo, Jesús estaba cerca de Jerusalén y añadió una parábola, pues los que le acompañaban creían que el Reino de Dios aparecería de un momento a otro. Dijo pues: «Un hombre noble marchó a un país lejano, para recibir la investidura real y volverse. Habiendo llamado a diez siervos suyos, les dio diez minas y les dijo: ‘Negociad hasta que vuelva’. Pero sus ciudadanos le odiaban y enviaron detrás de él una embajada que dijese: ‘No queremos que ése reine sobre nosotros’.
    Y sucedió que, cuando regresó, después de recibir la investidura real, mandó llamar a aquellos siervos suyos, a los que había dado el dinero, para saber lo que había ganado cada uno. Se presentó el primero y dijo: ‘Señor, tu mina ha producido diez minas’. Le respondió: ‘¡Muy bien, siervo bueno!; ya que has sido fiel en lo mínimo, toma el gobierno de diez ciudades’. Vino el segundo y dijo: ‘Tu mina, Señor, ha producido cinco minas’. Dijo a éste: ‘Ponte tú también al mando de cinco ciudades’. Vino el otro y dijo: ‘Señor, aquí tienes tu mina, que he tenido guardada en un lienzo; pues tenía miedo de ti, que eres un hombre severo; que tomas lo que no pusiste, y cosechas lo que no sembraste’. Dícele: ‘Por tu propia boca te juzgo, siervo malo; sabías que yo soy un hombre severo, que tomo lo que no puse y cosecho lo que no sembré; pues, ¿por qué no colocaste mi dinero en el banco? Y así, al volver yo, lo habría cobrado con los intereses’.
    Y dijo a los presentes: ‘Quitadle la mina y dádsela al que tiene las diez minas’. Dijéronle: ‘Señor, tiene ya diez minas’. ‘Os digo que a todo el que tiene, se le dará; pero al que no tiene, aun lo que tiene se le quitará. Y aquellos enemigos míos, los que no quisieron que yo reinara sobre ellos, traedlos aquí y matadlos delante de mí’».
    Y habiendo dicho esto, marchaba por delante subiendo a Jerusalén.

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    1. MI REFLEXIÓN
      ORACIÓN
      Ven oh Espíritu de Dios e iluminar mi mente, poner tu conocimiento para que me sirvan, para que yo pueda servirte.
      En primer lugar, debemos tener en cuenta que los talentos que el Señor nos ofrece, a veces no son tan claros, incluso a nosotros mismos, de hecho, a menudo hacer de nuestras vidas una maraña de tonterías, cometer errores que nos llevan a perder mucho de nuestro tiempo para lamentar lo que hemos perdido, y compasiva o enojado por lo que tenemos. Empezamos a entender algo siempre demasiado tarde, y nos apreciarán por lo que somos, si miramos con los ojos de los que nos aprecian para nuestros conocimientos, pero a menudo son falsas apreciación, en comparación con falsos regalos. Lo que hacemos en esta parábola es para ser detectado, es el aspecto cristiano de la cosa, lo que nos hace pensar, a pesar de nuestra profunda decepción de que no somos nada y no tenemos nada sin nuestro Dios.
      Suponemos que lo que tenemos es nuestro, que nos pertenece, pero no es cierto, es todo un don de Dios, porque la vida misma es un don. En la parábola después de haber repartido los dones, la parte noble y deja a sus siervos que volver solo a expresar su opinión.
      Nos preguntamos por qué los regalos a los demás, ya que en algunos más y otros menos, pero ninguno de nosotros es el que es lo único que hay que hacer para mirar nuestro regalo. Consulte a crecer la semilla que el Señor ha puesto en nuestros corazones, simplemente tratando de desarrollarlo como lo hacemos con todos nuestros sentidos, con toda nuestra persona.
      Aprendemos a usar la palabra, pero no todo lo que decimos es lo mismo, y no hay que pensar. Sabemos esto debido a la vista y leer esto, pero no todo el mundo sabe cómo leer de la misma manera.
      Hace unos días leí una historia acerca de un gran actor que fue llamado a leer una página del Evangelio y lo leyó a la perfección, deteniéndose en los lugares adecuados con la entonación correcta, pero cuando toqué la pequeña cura de aldea, las personas que escucharon, dicha página no sólo llena los oídos, pero el corazón y los sentimientos vibran como las cuerdas de un violín ....
      La pequeña semilla de un hijo de Dios crece en nosotros, tratamos de no marchitarse, no para ahogar las malas hierbas, vamos a ponerlo todo en manos de Dios, a partir de nuestras vidas, él sabrá cómo hacer fructificar.

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    2. COMENTARIO DE:
      P. Pere SUÑER i Puig SJ
      (Barcelona, España)
      Hoy, el Evangelio nos propone la parábola de las minas: una cantidad de dinero que aquel noble repartió entre sus siervos, antes de marchar de viaje. Primero, fijémonos en la ocasión que provoca la parábola de Jesús. Él iba “subiendo” a Jerusalén, donde le esperaba la pasión y la consiguiente resurrección. Los discípulos «creían que el Reino de Dios aparecería de un momento a otro» (Lc 19,11). Es en estas circunstancias cuando Jesús propone esta parábola. Con ella, Jesús nos enseña que hemos de hacer rendir los dones y cualidades que Él nos ha dado, mejor dicho, que nos ha dejado a cada uno. No son “nuestros” de manera que podamos hacer con ellos lo que queramos. Él nos los ha dejado para que los hagamos rendir. Quienes han hecho rendir las minas —más o menos— son alabados y premiados por su Señor. Es el siervo perezoso, que guardó el dinero en un pañuelo sin hacerlo rendir, el que es reprendido y condenado.

      El cristiano, pues, ha de esperar —¡claro está!— el regreso de su Señor, Jesús. Pero con dos condiciones, si se quiere que el encuentro sea amistoso. La primera es que aleje la curiosidad malsana de querer saber la hora de la solemne y victoriosa vuelta del Señor. Vendrá, dice en otro lugar, cuando menos lo pensemos. ¡Fuera, por tanto, especulaciones sobre esto! Esperamos con esperanza, pero en una espera confiada sin malsana curiosidad. La segunda es que no perdamos el tiempo. La espera del encuentro y del final gozoso no puede ser excusa para no tomarnos en serio el momento presente. Precisamente, porque la alegría y el gozo del encuentro final será tanto mejor cuanto mayor sea la aportación que cada uno haya hecho por la causa del reino en la vida presente.

      No falta, tampoco aquí, la grave advertencia de Jesús a los que se rebelan contra Él: «Aquellos enemigos míos, los que no quisieron que yo reinara sobre ellos, traedlos aquí y matadlos delante de mí» (Lc 19,27).

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  3. VERSIONE IN FRANCESE DI MERCOLEDI 22 NOVEMBER 2017.

    Jour liturgique : Temps ordinaire - 33e Semaine: Mercredi

    Texte de l'Évangile (Lc 19,11-28): Comme on écoutait Jésus, il ajouta une parabole, parce qu'il était près de Jérusalem et que ses auditeurs pensaient voir le royaume de Dieu se manifester à l'instant même. Voici donc ce qu'il dit: «Un homme de la grande noblesse partit dans un pays lointain pour se faire nommer roi et rentrer ensuite chez lui. Il appela dix de ses serviteurs, leur distribua dix pièces d'or et leur dit: ‘Faites-les fructifier pendant mon voyage’. Mais ses concitoyens le détestaient, et ils envoyèrent derrière lui une délégation chargée de dire: ‘Nous ne voulons pas qu'il règne sur nous’.» Mais quand il revint après avoir été nommé roi, il convoqua les serviteurs auxquels il avait distribué l'argent, afin de savoir comment chacun l'avait fait fructifier. Le premier se présenta et dit: ‘Seigneur, ta pièce d'or en a rapporté dix’. Le roi lui dit: ‘Très bien, bon serviteur! Puisque tu as été fidèle en si peu de chose, reçois l'autorité sur dix villes’. Le second vint dire: ‘Ta pièce d'or, Seigneur, en a rapporté cinq’. A celui-là, le roi dit encore: ‘Toi, tu seras gouverneur de cinq villes’. Un autre encore vint dire: ‘Seigneur, voici ta pièce d'or, je l'avais mise de côté dans un linge. En effet, j'avais peur de toi: tu es un homme exigeant, tu retires ce que tu n'as pas déposé, tu moissonnes ce que tu n'as pas semé’. Le roi lui dit: ‘Je vais te juger d'après tes propres paroles, serviteur mauvais: tu savais que je suis un homme exigeant, que je retire ce que je n'ai pas déposé, que je moissonne ce que je n'ai pas semé; alors pourquoi n'as-tu pas mis mon argent à la banque? A mon arrivée, je l'aurais repris avec les intérêts’.» Et le roi dit à ceux qui étaient là: ‘Retirez-lui la pièce d'or et donnez-la à celui qui en a dix’. On lui dit: ‘Seigneur, il en a déjà dix!’. ‘Je vous le déclare: celui qui a recevra encore; celui qui n'a rien se fera enlever même ce qu'il a. Quant à mes ennemis, ceux qui n'ont pas voulu que je règne sur eux, amenez-les ici et mettez-les à mort devant moi’».
    Après avoir dit ces paroles, Jésus marchait en avant de ses disciples pour monter à Jérusalem.

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    1. REFLEXION DE LELLA

      PRIERE :"Viens, O Esprit de Dieu et éclaire mon esprit, met ta connaissance à mon service, pour que je puisse te servir."

      - Nous devons considérer avant tout, que parfois les talents qu'il nous met à disposition ne sont pas clairs mêmes pour nous, en effet, nous faisons souvent de notre vie un enchevêtrement de choses qui n'ont aucun sens, en commettant des fautes qui nous portent à perdre une grande partie de notre temps à regretter ce que nous avons perdu et à nous plaindre ou nous énerver pour ce que nous n'avons pas. Nous commençons toujours trop tard à comprendre les choses, et à nous apprécier pour ce que nous sommes, seul si nous nous regardons avec les yeux de celui qui nous apprécie pour nos compétences, mais ce sont souvent de fausses appréciations, faux respect pour fausses compétences. Par contre ce qu'il veut relever dans cette parabole , c'est l'aspect chrétien de la chose, ce qui nous fait considérer, aussi avec notre extrême désappointement, que nous ne sommes rien et nous n'avons rien sans notre Dieu. Nous donnons pour escompté que ce que nous avons est nôtre, que cela nous appartient, mais ce n'est pas vrai, tout est don de Dieu, parce que la vie elle même est un cadeau. Dans la parabole après avoir distribué les Dons, le noble part et il laisse ses serviteurs tout seul pour revenir exprimer son jugement. Nous nous demandons pourquoi à chacun un Don différents; parce que qui à plus et qui à moins, mais personne de nous ne fait ce qui est la chose juste et unique à faire: regarder notre Don. Voir de faire croitre cette graine que le Seigneur a mis dans notre coeur, simplement en cherchant à la développer comme nous faisons avec tous nos sens avec toute notre personne. Nous apprenons à utiliser la Parole mais tout ce que nous disons n'est pas égal, et personne ne s'en étonne. Nous avons la vue et nous savons lire grâce à elle, mais pas nous tous ne savons pas lire de la même façon. Il y a peu de jours je lisais l'histoire d'un grand acteur qui fut appelé à lire une page de l'évangile et il la lut de manière parfaite, en s'arrêtant sur les points justes, avec l'intonation juste, mais quand il toucha au petit prêtre de campagne, les gens qui écoutait, cette page n'eurent pas seulement les oreilles remplie, mais le coeur et leurs sentiments vibrèrent comme des cordes de violon.... La petite graine d'enfants de Dieu grandit en nous, cherchons à ne pas la faire flétrir, à ne pas la faire étouffer dans le chiendent, tâchons de mettre tout dans les mains de Dieu, en commençant par notre vie, il saura comment la faire fructifié.

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    2. COMMENTAIRE DE: l'bbé Pere SUÑER i Puig SJ
      (Barcelona, Espagne)

      «Faites-les fructifier pendant mon voyage»

      Aujourd'hui, l'Évangile nous propose la parabole des pièces d'or: une quantité d'argent que ce noble répartit parmi ses serviteurs, avant de partir en voyage. Tout d'abord, prêtons attention à ce qui provoque la parabole de Jésus. Il «était près de» Jérusalem, où l'attendait la passion et la résurrection. Les disciples «pensaient voir le royaume de Dieu se manifester à l'instant même» (Lc 19,11). C'est dans ces circonstances que Jésus propose cette parabole. À travers elle, Jésus nous enseigne que nous devons faire fructifier les dons et qualités qu'Il nous a donnés, ou mieux dit encore, qu'il nous a laissé à tous et chacun. Ils ne nous appartiennent pas, nous ne pouvons donc pas en faire ce qu'il nous plaît. Il nous les a laissés pour que nous les fassions fructifier. Ceux qui ont fait fructifier les pièces d'or -plus ou moins- sont complimentés et récompensés par leur Seigneur. C'est le serviteur paresseux, qui garda son argent dans un linge sans le faire fructifier, celui qui est repentant et condamné. Le chrétien, donc, doit attendre —il est évident!— le retour de son Seigneur, Jésus. Mais à deux conditions, s'il veut que la retrouvaille soit aimable. La première est qu'il doit renoncer à la curiosité malsaine de vouloir savoir l'heure solennelle et victorieuse du retour du Seigneur. Il viendra, dit-on dans un autre passage de l'Évangile, lorsqu'on s'y attend le moins. Les spéculations sur ce sujet sont donc exclues! Attendons avec espérance, mais d'une attente confiante sans curiosité malsaine. La seconde condition est que nous ne perdions pas le temps. L'attente de la rencontre et du bonheur final ne peut être excuse pour que nous ne prenions pas au sérieux le moment présent. Justement, plus grande sera la contribution que chacun de nous ayons faite pour la cause du Royaume de Dieu dans la vie présente, plus grande sera la joie et le bonheur de la rencontre finale. Et elle n’est pas de trop, la grave remarque de Jésus à ceux qui se rebellent contre lui: «Quant à mes ennemis, ceux qui n'ont pas voulu que je règne sur eux, amenez-les ici et mettez-les à mort devant moi» (Lc 19,27).

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